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Una felice riscoperta

Negli ultimi anni della mia attività di critico musicale, e anche dopo le mie stesse letture da vecchio pensionato su giornali e libri, il nome di Giorgio Questa era rimasto in me legato soprattutto al primo ricordo di lui. Incontrai Questa nell'autunno del 1968 in un salotto di Vittorio Gui, nella sua villa di Fiesole: qui il giovane Questa aveva montato il proprio piccolo organo di legno e poi ce l'aveva fatto ascoltare (e si era presenti soltanto noi, l'illustre maestro ed io) nel fascino più singolare di molte pagine rinascimentali.
Ma da qualche tempo a reinserire nella mia memoria il giovane organista, che era nato il 27 novembre 1929 (soltanto tre anni prima di me), e che avevo già ammirato in anni lontani quando l'attività musicale era testimoniata anche nelle notizie di cronaca, non sono stati né i dizionari più recenti né i giornali, perché la stessa notizia della sua scomparsa (11 giugno 2010) l'ho saputa soltanto quando ho conosciuto la giovane pianista genovese Maria Grazia Amoruso, che era stata allieva e poi ultima erede di Questa, del quale mi ha offerto le copie di molti documenti del fascino che egli ebbe, con la sua originale personalità di artista e di intellettuale, nel mondo internazionale della musica.

Proprio perché avevo potuto ascoltare, dopo la nostra conversazione, un CD della Amoruso dedicato a Schubert (da me ammirato, con sorpresa, quando era già uscita da casa mia), più ancora ho cercato di spiegarmi perché da più di un decennio un personaggio come Giorgio Questa sia stato dimenticato mentre suo zio Angelo (il musicista genovese, nato nel 1901 e scomparso nel 1960) è invece ancora nei dizionari per essere stato almeno un sostituto alla Scala di Toscanini, Serafin, Gui e De Sabata. Ma è stata proprio la lettura dell'epistolario dell'organista singolare Giorgio Questa, da me incontrato in anni ormai lontani e rimasto nella mia memoria, che me lo ha fatto ricordare come un personaggio davvero di rilievo internazionale, anche se misterioso nella solitudine degli ultimi suoi decenni. E ho ritrovato la gioia, nel mondo musicale di oggi (per me tanto diverso da quello che potei seguire con la mia professione), di ritrovare proprio i miei primi articoli a lui dedicati. Ho infatti potuto rileggere quello mio del 28 gennaio 1969 sulla "Nazione", quando per ascoltare un suo concerto con l'organo "portativo" di sua costruzione ero andato da Firenze al Palazzo Provinciale di Lucca. Allora ascoltai pagine di Antonio de Cabezón, di Bach, del lucchese Gioseffo Guami e di Francesco Gasperini, e scrissi - «poche volte si son potute gustare le "durezze" e le "ligature" di Gerolamo Frescobaldi che del celebre maestro "romano" il Questa ha interpretato nel suo concerto; e così pure la chiarezza, che potremmo dire illuministica, dei brani di François Couperin [...]. Insomma, il far musica di Giorgio Questa, sorretto da una musicalità che conosce la sapienza manuale, dà la sensazione di ritrovare di continuo l'essenzialità dell'“espressione” come del "divertimento", il gusto della meraviglia seicentesca e insieme l'umiltà di un antico servizio musicale di carattere comunitario».

Ebbene, dopo aver riletto quel mio lontanissimo articolo, mi sono sempre più appassionato a ripercorre gli anni lontani della vita musicale italiana, e ho ritrovato Questa nella Sagra Musicale Umbra, dove già nel settembre del 1969 il suo nome era insieme a quelli di musicisti famosi (fra questi il giovane Riccardo Muti). Ma in seguito ho ritrovato, nelle copie dei suoi documenti, non soltanto alcune sue lettere che rispecchiano, nei suoi interessi culturali, la moralità e la bellezza letteraria di gioie e tristezze, amicizie e avventure, ma i rapporti di amicizia con uno studioso e musicista come Alfredo Mandelli (che era stato fra i primi ad accorgersi di lui) e con personaggi e interpreti come Nino Sanzogno, Igor Markevitch e Sàndor Végh. Né certo mi sono dimenticato di rileggere con piacere la mia recensione delle sue ultime serate fiorentine, quando, allora, l'Orchestra del Maggio, nella sua stagione sinfonica, offriva tre repliche settimanali di uno stesso programma: il 7, 8 e 9 aprile del 1977, infatti, il noto direttore inglese John Pritchard ebbe Giorgio Questa come il solista che presentò il poco conosciuto Concerto n. 1 in do maggiore di Haydn, occasione anche delle note illustrative di sala della giovane Fiamma Nicolodi. E io scrissi: «Il giovanile lavoro del prodigioso maestro settecentesco ha una struttura ancora arcaicizzante, piena di nostalgie barocche, e ben si presta ad essere realizzato da uno strumento di sonorità caste ed essenziali come quelle di un organo di legno; e la collaborazione fra Questa e Pritchard ha avuto per risultato una pienezza espressiva tale da rimpiangere che opere del genere non siano più di frequente ospitate nei concerti del Comunale. Il successo è stato anche molto caloroso, e Questa ha dovuto suonare fuori programma, eseguendo una splendida Toccata di Frescobaldi.».

Questa, fin dall'inizio della sua ammirata attività di concertista, conobbe anche la disciplina, l'umiltà e le "regole" della pratica musicale, come testimoniano gli scambi di lettere affettuose con il "carissimo Maestro" Nino Sanzogno, al quale si diceva grato per i "suoi preziosi consigli", e una con la "signorina" milanese Sofia Amman per riferirle la propria collaborazione con Sàndor Végh, il violinista celebre per il suo quartetto e da poco passato alla direzione del suo complesso orchestrale salisburghese. «La tournée con Végh e la Camerata del Mozarteum - le scrive nel dicembre 1981 - è stata favolosa [...] Questo è il vero "musizieren"...! Una straordinaria comunione musicale [...]. Con Végh il fatto musicale è in continua evoluzione, non si fanno mai due esecuzioni uguali, ci si rinnova sempre come nella vita [...]. Spero di avere altre occasioni di suonare con lui».

A contrastare il silenzio degli ultimi decenni su Giorgio Questa vi è almeno il cartoncino pubblicato dalla Provincia di Genova per un suo concerto, la sera del 6 dicembre 1991, che voleva ricordare i venticinque anni dalla costruzione che il maestro genovese aveva fatto del suo "organo di legno". E nelle quattro paginette illustrative, curate evidentemente dallo stesso Questa, mi hanno ancora una volta impressionato le citazioni tratte dalle entusiastiche testimonianze internazionali di musicisti come Igor Markevitch e Nadia Boulanger, presenti ancora nelle cronache di allora e nei dizionari musicali. Ma il silenzio su Questa mi è apparso ancora più una colpa del costume musicale contemporaneo.

Leonardo Pinzauti